CRONACA DI UN’AVVENTURA

Ore 23.30 ritrovo presso l’Addio monti sulla riva sinistra dell’Adda a Pescarenico; Roberto è già arrivato mi aspetta, due persone con la divisa di una sociètà sportiva stanno facendo esercizi vicino alle altalene del parchetto, per un attimo ci viene il dubbio che qualcuno abbia risposto all’appello, ma è l’illusione di qualche secondo. Sarà la nostra disorganizzazione nella comunicazione o la fretta nel mettere in piedi il sito (cosa che non avevo mai fatto prima), in una domenica pomeriggio , ma, anche se abbiamo sperato che qualcuno fosse presente, alla partenza del GTPS siamo solo noi due. O meglio, io partirò, Roberto mi aspetterà in alcuni punti prestabiliti per monitorare l’evoluzione della cosa. Altri amici so per certo che avrebbero voluto esserci, almeno per parte del tragitto, perchè l’idea già piace, ma per un motivo o per l’altro non hanno potuto; so però di potere contare sul loro sostegno morale, anche se la domanda vera è se avrò le gambe per arrivare in fondo.

Sta di fatto che alle 23.50 siamo già stanchi di aspettare nessuno, perciò …Pronti Via! edizione di prova del Gran Trail dei Promessi Sposi: l’idea è quella di percorrere un anello intorno a Lecco che tocchi 7 delle principali cime, nell’ordine Monte Barro, Moregallo, Coltignone, Grignetta, Duemani, Resegone, Magnodeno.

Già il primo chilometro in piano verso il Ponte vecchio non da segnali confortanti, non corro in scioltezza come di solito, so di avere qualche acciacco e questo potrebbe pesare parecchio, me ne accorgerò in effetti lungo l’arco della giornata.

Abbandono “la civiltà”, accendo la lampada frontale e mi inoltro nel bosco verso Pian Sciresa, dopo un primo strappetto un lungo sentiero in piano mi porta alla base della cresta meridionale dove inizia la salita vera. Raggiungo il primo corno e mi immergo completamente nell’atmosfera di questa notte: il buio mi avvolge, ma sotto di me vedo le luci ed i laghi della Brianza da una parte, e quelle più forti e vicine della città con i suoi rumori dall’altra, riconosco le strade, la ferrovia e i ponti; non mi sento solo pur essendo isolato, magia di queste montagne. Raggiungo la cima, un selfie che riesce male e poi giù verso il Sasso della Vecchia, da lì poi fino a Malgrate. Dietro i primi condomini mi aspetta Roberto che mi chiede quando “ritoccherò terra” dopo il Moregallo: “Roberto sei impazzito? Vai a dormire ci sentiamo in mattinata”.

Un chilometro di strada asfaltata mi porta a Valmadrera dove presto la salita ricomincia, e questa sarà lunga e dura: il sentiero sale immerso nel bosco fino alla fontana di Sambrosera, un po’ oltre la metà della montagna, per poi deviare verso la forcella, prima della quale i pendii si fanno più severi, costellati da torrioni rocciosi e detriti di frana. Finalmente raggiungo il bel prato sommitale, non te lo aspetteresti dopo quel tratto così repulsivo appena percorso.

Il buio è ancora totale, il silenzio è rotto solo dalle campane delle capre che sostano per la notte nella faggetta dietro la vetta.

Mi riporto alla forcella per imboccare il sentiero per Preguda: la discesa è ripida e spesso sassosa, il buio accenna appena a diminuire, il sentiero è stretto e l’erba alta non ti permette di vedere con sicurezza dove metti i piedi, insomma, volevo guadagnare qualche minuto, ma non arrivo mai in fondo.

Finalmente raggiungo Valmadrera dove inizia il tratto di raccordo più lungo ma inevitabile, circa sei chilometri, ma di questi, quattro costeggiano il lago, una meraviglia alle prime luci dell’alba: gli occhi si riempiono della dolcezza e della calma che trasmette la superficie dell’acqua, quasi meglio di un ristoro! Già, i ristori mancano, sono partito in autonomia con un po’ di scorta di acqua e cibo ma so che sarà dura, perchè quando la strada inizia ad essere tanta e la fatica si fa sentire, il mio stomaco si ribella all’idea di lasciarsi riempire, quello è il “momento Coca Cola”…ad avercela!

Raggiungo la base del San Martino in riva al lago, inizio a salire, da qui la Grignetta, meta di questa parte del giro, dista duemiladuecento metri di salita, meglio non pensarci e continuare passo dopo passo. Il sentiero dei Pizzetti mi è sempre piaciuto molto perchè rappresenta il connubio migliore tra lago, rocce, montagna e città, ma pur non essendo difficile non lascia spazio ad errori di valutazione: in molti punti un passo falso potrebbe essere fatale, perciò massima concentrazione. Dal rifugio Piazza rapidamente raggiungo la zona del Crocione e da qui mi dirigo verso la base del Coltignone, l’ambiente è semplicemente selvaggio e grandioso in mezzo alle pareti di questa montagna. L’ultimo tratto, ripidissimo e in parte attrezzato mi porta sul prato sotto la cima, la sensazione da qui è di trovarsi sulla piazzola d’atterraggio di un elicottero in cima ad un grattacielo. Il Garmin fino a quì misura circa 31Km. Scendo verso i Resinelli incrociando nel bosco i primi esseri umani della mia scampagnata, una folla di arcieri che ha organizzato un torneo proprio qui nel Parco del Valentino. Ricomincio a salire e mi porto alla base della Cresta Sinigaglia; ancora una volta il mio sguardo si riempie di magnifici scorci, tra una roccia e l’altra, sovrastato dalle pareti dei Torrioni Magnaghi, accompagnato dal vociare di un folta schiera di climbers impegnata ad arrampicare. Raggiungo l’ultimo tratto attrezzato e poi, finalmente sono in cima: oggi le condizioni meteorologiche ideali hanno attirato tante persone in Grignetta, ed è persino difficile trovare un posto dove fermarsi. Ma chiunque arriva quassù sa che la fatica fatta è ben ripagata.

Scendo lungo la Cresta Cermenati fino ai Resinelli e raggiungo il punto prestabilito per incontrarmi con Veronica e i bambini: mi ha chiesto se volevo qualche cosa, le ho risposto una bottiglietta d’acqua frizzante fresca e un pezzo di pane con le uvette.

Il mio pensiero sta già sorseggiando l’acqua ma non c’è nessuno ad aspettarmi! Un malinteso sul punto di ritrovo che costa mezzora di attesa, ma che vale altrettanto riposo, un abbraccio, l’acqua frizzante e … no, il pane con l’uvetta non vuole proprio entrare nello stomaco, solo qualche boccone.

Scendo per la Valgrande a Ballabio, il caldo in fondo alla valle si fa sentire, attraverso la provinciale della Valsassina e di nuovo su verso il Duemani; questa è la salita che temo maggiormente, quasi mille metri di dislivello, di questi i quattrocento metri centrali salgono lungo la linea più diretta di un prato ripidissiomo, senza mai deviare, sotto il sole del primo pomeriggio.

Giusto per non far mancare niente, l’ultimo panoramico tratto di cresta è luogo di villeggiatura di capre e pecore che presidiano il sentiero, e che non hanno intenzione di spostarsi, perciò in qualche modo mi devo spostare io!

La fatica si sente, mi siedo fuori dal bivacco in cima al Duemani e mi riposo un po’: ormai ho deciso, il tabellino di marcia oggi comunque non riuscirò a rispettarlo, meglio prendersela con comodo ma arrivare in fondo.

Riparto e scendo verso la Forcella di Olino aggirando la Cima di Muschiada, Roberto mi aspetta con una bottiglietta d’acqua, un po’ spazientito perchè ho impiegato più del previsto, ma alla fatica non si comanda.

Riparto alla volta del Resegone, il primo tratto nel bosco non finisce mai, almeno è fresco!

Poi, finalmente appare la grande croce di vetta, ancora poco e sarà quasi tutta discesa verso Lecco. La felicità di avercela fatta, una Sprite fresca al rifugio, ma neanche tutta, e giù per il sentiero numero 1, ed ecco che poco sopra Pian Serrada, tra i colori pastello della sera, improvvisamente lui: il re sarà pure Resegone, ma il padrone di casa qui è un altro, uno splendido camoscio mi fissa da pochi metri di distanza e fischia per intimorirmi; poi capisce che la pensiamo allo stesso modo, ci troviamo li in quel luogo perchè entrambi ci nutriamo di questa meravigliosa natura di cui siamo parte, e allora restiamo pure fermi a fissarci negli occhi senza paura. Poi un salto sulle rocce e una corsa nei prati per ricordarmi che questa è pur sempre casa sua.

Percorro il sentiero della staffa e arrivo alla Capanna Ghislandi, sono già passate le 20 ma c’è un gruppo numeroso di appartenenti al GEV lumaca che ha organizzato una serata. Proseguo lungo il sentiero verso il Magnodeno, non mi è mai sembrato così lungo, la risalita verso la cima non finisce mai; finalmente però ecco il bivacco e con esso la fine di tutte le salite di questa lunga giornata. Decido di scendere dalla via più breve la Corna Marcia. Avevo previsto un altro sentiero ma la zona del Corno di Grao dicono che sia infestata dai cinghiali e all’imbrunire, da solo, non è proprio il caso di passarci, troppo pericoloso.

Mi aspettano i mille metri di dislivello del vertical, una super discesa che però conosco bene: non appena entro nel bosco accendo la lampada frontale perchè l’oscurità avanza e inoltre può essere un dissuasivo per qualche animale. Tutto procede regolarmente fino agli ultimi centocinquanta metri di dislivello: improvvisamente vedo occhi che si accendono in mezzo al bosco riflettendo la luce della lampada, nel buio qualcosa attraversa il sentiero, e poi ancora e ancora, cerco di fare rumore con le racchette ma intanto ho perso il tragitto; per fortuna sono poco sopra il paese, ritrovo una traccia e la seguo fino ad uscire dal bosco, giù veloce a casa dove Veronica mi aspetta per accompagnarmi fino al mio traguardo, al punto di partenza.

Il Garmin segna 73Km, 6500m D+, ore 22. E’ fatta, finalmente dopo tre tentativi falliti ho realizzato un sogno. Un grazie a chi mi ha sostenuto e ci ha creduto, in particolare Roberto e Veronica.

Nel frattempo, Renzo e Lucia hanno attraversato l’Adda fissando lo sguardo verso il Resegone, ed il Maestro riposa e ripensa a quanti bambini ha accompagnato lungo questi sentieri.

Giuliano

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